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Periodicamente, tramite i telegiornali e le testate giornalistiche, ci dobbiamo confrontare con la solita notizia di cronaca nera e/o  articolo provocatorio che inequivocabilmente incrimina i videogames come fattore scatenante della furia omicida  del pazzo squilibrato di turno, o semplicemente su come questi accrescano il bisogno di violenza nel giocatore. Immancabilmente il modo in cui vengono trattate tali notizie crea una reazione a catena, scatenando la collera e la frustrazione della fetta di pubblico che conosce bene l’”argomento” videoludico, comprendendo come ad esso non possa essere imputata in maniera così irrazionale e superficiale, la colpa della violenza.

Poco importa dunque se studi scientifici e psicologici hanno dimostrato nel tempo la mancanza di correlazione tra videogiochi e violenza nelle persone sane di mente quando l’argomento è un must che attira l’attenzione delle persone. I videogames diventano dunque il capro espiatorio per giustificare e archiviare velocemente un caso.

Così mentre nel mondo del cinema può essere mostrata una violenza anche estremamente esplicita senza cadere mai in abissi di questo genere, il tutto grazie all’utilizzo strategie e metodologie implicite mirate ad un inefficace controllo sulla clientela quali la censura e il divieto, quello dei videogiochi viene costantemente accoltellato da chi lo teme pur non comprendendolo. Tutto questo fino all’arrivo del film di JOKER.

Parlando del film ci troviamo dinnanzi ad una pellicola estremamente interessante, che pone al centro della vicenda narrativa la “formazione” del Villain più iconico di sempre, colui che incarna la malvagità pura, quella che non richiede uno scopo per poter esistere, ma esiste in quanto tale. Il Joker.

In tutte le sue rappresentazioni artistiche che siano esse fumettistiche, animate o cinematografiche, il Joker incarna la follia nella sua essenza più pura, il caos che squilibra l’ordine, la mancanza di empatia, di rimorso, di emozione. Un male che non ha un nome né un passato, a simboleggiare che esso è sempre esistito, che ci tormenta fin dall’alba dei tempi e sempre esisterà. Dove e in quale forma? Semplice, esso è intrinseco nell’animo umano.

Il Joker, nato nel 1940 dalla collaborazione di tre fumettisti quali Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, è dunque un’ispirazione nata dalla necessità di rappresentare la malvagità dell’uomo, quella raccontata dai fatti di cronaca che ci sconvolgono lasciandoci ogni volta perplessi e meravigliati, come se ogni volta che apprendiamo di un brutale omicidio fosse la prima.

A questo punto, in merito al polverone scatenato dall’omonima pellicola filmica sulla possibilità di essere fonte di ispirazione della violenza nelle persone, dobbiamo porci una semplice domanda. Può un personaggio artistico inventato per rappresentare la violenza dell’uomo essere a sua volta un’ispirazione che spinge le persone a commetterla? Tale paura può essere realmente fondata?

Alla pellicola va riconosciuto in effetti il merito di raggiungere l’improbabile (seppur non impossibile) obbiettivo di far empatizzare lo spettatore verso il protagonista Arthur Fleck, magistralmente interpretato da Joaquin Phoenix, ponendolo in un contesto di forte commiserazione dovuta all’impossibilità di adattarsi ad un’integrazione sociale normale per colpa di una sindrome che lo spinge ad una risata convulsiva estrema e ridondante tanto da risultare agghiacciante, che sarà causa a volte diretta a volte indiretta di discriminazione e veri atti di bullismo.

Allo spettatore viene dunque mostrato un animo fragile, apparentemente incapace di fare del male, seppur fin dalle prime battute del film si percepisce il seme della follia che porterà l’uomo, tramite un percorso tanto doloroso quanto drammatico, alla liberazione della sua vera natura, quella del Joker.

E’ necessario dunque analizzare l’impatto che una pellicola come questa ha sull’animo umano, l’analisi va pertanto focalizzata non più sulla violenza mostrata nel film, bensì sul feeling che lo spettatore riesce a creare con il Joker, e quanto questo feeling possa portarlo a giustificare le azioni violente commesse dal protagonista.

Dopo aver visionato la pellicola posso confermare che questo feeling è sufficientemente forte da crearti uno stato d’animo di appagamento verso i crimini commessi, che vengono posti in essere come una sorta di ribalta, donando allo spettatore una soddisfazione malata che può essere paragonata a quando da bambini siamo riusciti a liberarci del bullo che ci ha tormentato per tanto tempo con un calcio ben assestato nei gioielli di famiglia.

Dunque la paura che un film possa realmente suscitare nello spettatore un improvviso bisogno repellente di violenza è concreto? Ci stiamo quindi domandando, può questa pellicola far dimenticare al pubblico osservante che si sta guardando un film che vuole narrare una storia di violenza? Può una proiezione donare ad una persona incapace di fare del male la forza di uccidere? La follia e la pazzia possono essere trasmesse attraverso la visione di un film come fossero malattie veneree?

Paradossalmente il fatto che in molti credano che la violenza possa essere scatenata della visione di un film piuttosto che dal giocare ad un determinato videogioco, dimostra che l’essere umano non è pronto ad accettare il male come costante della sua esistenza, che preferisce quindi associarlo ad un fattore esterno totalmente innocuo, e magari per paura che essi o i loro figli vengano contagiati dal male stesso si tengono a distanza da tali opere.

L’allarmismo che ne segue che coinvolge la politica e l’informazione sfociano in conseguenze estremamente ridicole, come l’utilizzo della forza pubblica per pattugliare i cinema.

Senza entrare nel merito sul cosa, sul perché o persino a chi faccia comodo questa situazione, vi lascio riflettere e pensare, qualora non vi sia mai stata diagnosticata nessuna patologia mentale, quanto i film, i libri, i fumetti o chi per essi abbiano influenzato la vostra vita tanto da rendervi simili o uguali ai protagonisti del genere e della forma di intrattenimento che amate, giungendo cosi autonomamente alla risposta ai quesiti posti in questo articolo.

Buona meditazione.

 

jonathan ceccarelli

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